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Author: monica mangioni
Date: 2008-01-23

Description

Biotech business model “unsustainable”; report
By Nick Taylor, 06-May-2009

Creative thinking is required by biotechs if they are to stay afloat despite the lack of funding, according to a report by Ernst & Young, and this could reshape the landscape of the industry.

Biotech is a particularly cash-hungry sector that relies heavily on the support of venture capital, which has dried up in the economic downturn and left many companies with less than 12 months cash reserves.

In its 2009 biotech report Ernst & Young admits that funding levels will remain lower for the foreseeable future and companies will have to break away from the traditional business model to prosper.

The report believes that this shift could result in long term benefits, stating: "The movement to a system that measures and truly rewards companies based on the value their products deliver could give investors the returns they need and create the basis for a more sustainable business model."

Ernst & Young suggest that biotechs should start rethinking how they raise capital, with creative development partnerships and buyouts with long-term financial incentives possible alternative business models.

However, such measures will probably come too late for many biotechs that are tied to the “unsustainable” business model, with the report predicting an unprecedented level of companies will run out of money this year.

This cash-flow crisis is clearly illustrated by the 162 publicly traded biotechs, 46 per cent of the total, which at the start 2009 of did not have enough operating capital to survive the year.

One positive to emerge from the report is that 2008 was the first year that the US biotech sector as a whole posted a profit, although globally it recorded a $1.4bn loss.

Oncologia

Lo stile di vita corretto può salvare il colon
La modifica dello stile di vita può prevenire più decessi da tumore colorettale rispetto all'implementazione di strategie di screening: modifiche realistiche che coinvolgano dieta ed esercizio fisico porterebbero ad una riduzione del 26 percento nel numero di casi di tumore colorettale, il che in base alle proiezioni porterebbe ad un declino almeno equivalente nei decessi. Si tratta di un decremento molto superiore a quello che ci si attende con i programmi di screening: si stima infatti che l'implementazione di un programma che preveda il test del sangue occulto nelle feci due volte all'anno porti ad una riduzione della mortalità da tumore colorettale del 13-15 percento nell'arco di 20 anni fra i soggetti che vi hanno preso parte. L'approccio basato sulla modifica dello stile di vita inoltre comporta anche il vantaggio di poter prevenire la mortalità da altre cause, fra cui tumori della mammella o del tratto gastrointestinale superiore, malattie cardiovascolari e diabete. (Eur J Cancer Prev online 2009, pubblicato il 4/4)

Integratori carotenoidi e rischio tumore polmonare
L'uso prolungato anche individuale di integratori di beta-carotene, retinolo e luteina a dosi più elevate di quelle che si trovano nei complessi multivitaminici incrementa il rischio di tumore polmonare. Gli integratori di beta-carotene ad alte dosi incrementano i tassi di tumore del polmone nei soggetti ad alto rischio anche se i carotenoidi da fonti alimentari tendono a diminuire questo stesso rischio, ma non era finora chiaro se questo effetto si riscontrasse anche nella popolazione generale. Di fatto, questi nutrienti negli integratori potrebbero essere maggiormente biodisponibili rispetto a quelli presenti negli alimenti, oppure può darsi che l'assunzione di grandi quantità di carotenoidi interferisca con l'assorbimento, il trasporto, la distribuzione o il metabolismo di altre sostanze che avrebbero potuto offrire una protezione significativa; in alternativa, dosi troppo elevate di una vitamina antiossidante potrebbero interferire con la generazione di specie reattive dell'ossigeno necessarie a processi benefici, come la normale risposta immune e l'apoptosi. L'uso a lungo termine di questi integratori dunque non andrebbe raccomandato per la prevenzione dei tumori polmonari, soprattutto nei fumatori. (Am J Epidemiol 2009; 169: 815-28)

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Medicina interna
Inibitori integrina e tumori
Benchè diversi farmaci che bloccano l'angiogenesi siano risultati efficaci nel trattamento dei tumori, questo approccio ha anche causato a volte alcune delusioni: in particolare, una classe di farmaci sviluppati a questo scopo noti come inibitori dell'integrina ha portato a risultati contrastanti. E' stato ora osservato che, benchè elevate concentrazioni di questi farmaci inibiscano l'angiogenesi come si attendeva, l'uso di basse concentrazioni di fatti stimola l'angiogenesi e favorisce la crescita tumorale in modelli animali. Si tratta di un meccanismo precedentemente ignoto che, benchè confinato a modelli di laboratorio, potrebbe spiegare come mai gli studi clinici di fase precoce non abbiano portato a risultati promettenti quanto ci si attendeva. (Nature Med online 2009, pubblicato il 22/3)

Diabete tipo 2: statine riducono testosterone
Negli uomini diabetici trattati con statine, la valutazione dello status androgenico mediante il testosterone totale potrebbe causare errori diagnostici. In questi pazienti vi è un'elevata prevalenza di ipogonadismo, che porta ad un aumento delle analisi inerenti: le statine potrebbero potenzialmente diminuire i livelli di testosterone riducendo la disponibilità del colesterolo per la sintesi degli androgeni. Se i livelli di testosterone risultano borderline, dunque, per la valutazione dell'ipogonadismo in questi pazienti si raccomanda il dosaggio del testosterone biodisponibile o di quello libero. Questi dati avranno probabilmente importanti implicazioni nel trattamento di questi pazienti, ma probabilmente non si avrà la possibilità di paragonare quanto accade nei pazienti trattati con statine con la situazione nei pazienti non trattati a causa dell'uso ormai praticamente ubiquitario delle statine in questo gruppo di pazienti. (Diabetes Care. 2009; 32: 541-6)

Endocrinologia
Diabete tipo 2: zinco riduce rischio nelle donne
Un'elevata assunzione di zinco è connessa ad una netta riduzione del rischio di diabete di tipo 2 nelle donne. Nonostante le prove derivanti da studi su animali del fatto che l'assunzione di zinco possa avere effetti protettivi nei confronti del diabete di tipo 2, finora sono stati condotti pochi studi sull'uomo per confermare questa correlazione: l'ipotesi non è mai stata esaminata finora in uno studio prospettico, ed inoltre sarebbe utile esaminare separatamente l'azione dello zinco derivante dagli integratori da quella dello zinco presente negli alimenti, in quanto il primo è maggiormente biodisponibile. E' stato dimostrato che una dieta con un elevato rapporto zinco/ferro ematico è significativamente associata ad una diminuzione del rischio di diabete di tipo 2, ma comunque si tratta di dati preliminari che necessitano di conferme in ulteriori studi. (Diabetes Care. 2009; 32: 629-34)

Giornale del Medico Online

Osteoartrosi del ginocchio inutile l'artroscopia
La chirurgia artroscopica per l'osteoartrosi del ginocchio non offre alcun beneficio aggiuntivo rispetto ad una terapia medica e fisica ottimale. L'efficacia di questa strategia era finora sconosciuta: la chirurgia artroscopica, nella quale un artroscopio viene inserito nell'articolazione del ginocchio, consente di effettuare il lavaggio, una procedura che rimuove materiale particolato quale i frammenti di cartilagine ed i cristalli di calcio. Essa consente anche di effettuare il cosiddetto "debridement", con il quale è possibile ripulire le superfici articolari ed eliminare gli osteofiti. Il fatto che essa non sia utile in questi pazienti non significa che non lo sia anche in presenza di altre condizioni patologiche del ginocchio, come le lacerazioni del menisco. L'osteoartrosi, in sostanza, non è una controindicazione alla chirurgia artroscopica, che rimane appropriata nei casi in cui si pensa che l'osteoartrosi non sia la causa primaria del dolore. La decisione corretta dunque rimane a carico del giudizio clinico del chirurgo. (N Engl J. Med. 2008; 359: 1097-107 e 1169-70)

Soluzione salina per la rinosinusite cronica
La soluzione salina nasale per il trattamento della rinosinusite cronica è efficace tanto come unica terapia che come soluzione di supporto aggiuntiva. L'uso dell'irrigazione nasale per il trattamento di sintomi a carico di naso e seni paranasali affonda le sue radici nelle tradizioni yoga ed omeopatiche: l'uso di irrigazioni saline, docce, spray e sciacqui in aggiunta al trattamento medico della rinosinusite cronica è in aumento. I regimi terapeutici possono prevedere l'uso delle irrigazioni saline da una a più di quattro volte al giorno, il che tipicamente richiede un impegno significativo da parte del paziente, ma è stato finora difficile distinguere i benefici addizionali derivanti dalla soluzione salina da quelli dovuti ad altre terapie. Le soluzioni saline sono ben tollerate: benché lievi effetti collaterali siano comuni, i benefici sembrano surclassarli per la maggioranza dei pazienti. (Cochrane Database Syst Rev online 2008, pubblicato il 18/7)

L'iponatremia nell'ipertensione polmonare
Nei pazienti con ipertensione polmonare, l'iponatriemia è associata ad un aumento del rischio di insufficienza del cuore destro e di mortalità. Il legame fra iponatriemia ed insufficienza avanzata del cuore sinistro è stato ben accertato, ma quella con l'insufficienza del cuore destro era finora sconosciuta. Si tratta anche della prima circostanza in cui viene dimostrata la potente significatività prognostica dei bassi livelli ematici di sodio in questi pazienti. Nella valutazione clinica dei pazienti con ipertensione polmonare, dunque, i livelli sierici di sodio hanno importanti implicazioni per quanto riguarda disfunzioni del cuore destro, insufficienza cardiaca destra clinicamente rilevante ed esiti del paziente che non dovrebbero essere trascurate. (Am J Respir Crit Care Med 2008; 177: 1364-9)

Le basi genetiche della schizofrenia

Nuovi studi sulle basi genetiche della schizofrenia hanno coinvolto rare mutazioni che deviano il normale sviluppo cerebrale. Il modello proposto sfida la teoria prevalente secondo cui la combinazione di mutazioni comuni, ciascuna contribuendo con un effetto modesto, causi questo disordine psicotico: esso prevede che alcune mutazioni che predispongono alla schizofrenia siano altamente penetranti, individualmente rare e di origine recente, persino specifiche per singoli casi o famiglie. E' necessario effettuare indagini genetiche focalizzate sul rilevamento di rare mutazioni strutturali nel DNA dei soggetti con schizofrenia: una volta individuato il gene affetto, esso diviene candidato ad un'analisi completa delle varianti strutturali in un nutrito campione. L'obiettivo a lungo termine è identificare tutti i geni con mutazioni che portano alla malattia e sviluppare terapie e strategie preventive adatte al recupero delle cascate alterate. (Science online 2008, pubblicato il 27/3)

Igiene e medicina preventiva
Fumo di sigaretta causa disturbi del sonno
Fumare sigarette danneggia la qualità del sonno, probabilmente a causa dell'astinenza da nicotina. Il presente studio è fra i primi ad isolare gli effetti del fumo sul sonno: nelle ricerche precedenti non era chiaro se i cambiamenti nei ritmi del sonno fossero dovuti al fumo in sé o alle patologie mediche che si accompagnano al fumo, come cardiopatie o pneumopatie. Di fatto, nonostante tutta la letteratura su fumo e patologie mediche, finora è stata studiata poco la correlazione fra fumo ed attività elettroencefalografica. La comprensione dell'influenza del fumo sul sonno potrebbe aiutare ad adattare le terapie sostitutive della nicotinain modo da evitare i sintomi dell'astinenza. (Chest. 2008; 133: 427-32)

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Medicina interna
Influenza: fattori genetici determinano mortalità
L'analisi dei registri genealogici collegati ai certificati di morte nello Utah in un periodo di 100 anni ha fornito le prove di una predisposizione ereditaria alla morte da influenza. In precedenza questa possibilità non era mai stata analizzata o testata: la predisposizione individuata nel presente studio è indipendente dal ceppo virale, dall'assenza o presenza di immunità acquisita dall'esposizione naturale e dall'età dell'ospite. Questi risultati forniscono un solido razionale per la mappatura dei geni associati ad infezioni gravi o a risposte altrimenti inappropriate al virus influenzale. Sarà anche importante identificare i geni associati alla capacità di rispondere con un'immunità protettiva dopo un contatto virale naturale o vaccinale. (J Infect Dis 2008; 197: 18-24)

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Pneumologia
Fibrosi polmonare, neutrofilia connessa a mortalità
Elevati livelli di neutrofili nel fluido del lavaggio broncoalveolare (BAL) dei pazienti con fibrosi polmonare idiopatica sono predittivi di mortalità precoce. A differenza degli altri studi in materia, il presente studio poteva contare su un ampio campione di pazienti seguito prospetticamente per diversi anni. La pratica clinica e le attuali linee guida non raccomandano la determinazione dei costituenti cellulari del fluido del BAL al momento della diagnosi, ma nei soggetti con fibrosi idiopatica ciò di fatto consentirebbe di determinare il rischio di morte nell'anno successivo, anche tenendo conto di altri ben noti fattori di gravità della malattia, come età, fumo e test di funzionalità polmonare. Ciò suggerisce l'opportunità di riconsiderare l'uso del BAL quale biomarcatore della prognosi nella fibrosi polmonare idiopatica. (Chest 2008; 133: 226-32)

Pneumologia
Il gene che fa pesare il fumo passivo al fibrotico
L'esposizione al fumo passivo può danneggiare i polmoni dei pazienti con fibrosi cistica, ed è ancor più dannoso nei soggetti portatori di alcune specifiche varianti geniche. Fra queste varianti figurano le mutazioni non-delta-F508 nel gene CFTR e mutazioni nel gene TGF-beta-1, un gene che modifica la gravità della fibrosi cistica. Non esistono dunque livelli di esposizione al fumo passivo che siano scevri da rischi, e nei soggetti con fibrosi cistica evitare il fumo è di vitale importanza, soprattutto in presenza di varianti geniche che conferiscono maggiore suscettibilità. L'esposizione materna durante la gravidanza diminuisce significativamente il peso neonatale, ma non influenza la funzionalità polmonare. Lo status socioeconomico non altera la correlazione fra esposizione al fumo passivo e funzionalità polmonare. (JAMA. 2008; 299: 417-24)

Osteoartrosi predispone ad attacchi gottosi
L'osteoartrosi provoca la deposizione localizzata di cristalli di urato monosodico. La descrizione di singoli casi e di gruppi di pazienti ospedalizzati aveva già connesso la comparsa di gotta con la presenza di osteoartrosi a livello della stessa articolazione. L'associazione diminuisce, ma rimane significativa, con l'aumento della durata dell'osteoartrosi. Attacchi di gotta acuta risultano significativamente associati alla presenza di osteoartrosi alla prima articolazione MTP, a livello delle articolazioni mediane del piede, al ginocchio ed alle falangi distali delle dita dopo approssimazione per fattori interferenti. (Ann Rheum Dis 2007; 66: 1374-7)

Otorinolaringoiatria
Un gene connesso con ricadute dell'otite
Nei bambini al di sotto dei quattro anni di età con otite media ricorrente, l'omozigosi per il polimorfismo 4G del PAI-1 è connessa ad una maggiore frequenza delle recidive rispetto a soggetti corrispondenti con altri genotipi. Il PAI-1 è coinvolto nel processo infiammatorio, controregolando migrazione ed adesione cellulare e riparazione tissutale, ed il polimorfismo genico 4G/4G incrementa l'espressione del PAI-1. L'associazione osservata nel presente studio potrebbe tuttavia indicare che la variante genetica connessa alla malattia non è il polimorfismo PAI-1 in sé, ma una variante ad essa connessa. Gli studi futuri sui geni coinvolti nella risposta infiammatoria e nella riparazione tissutale saranno significativi nella comprensione dell'otite media acuta ricorrente. (Pediatrics 2007; 120: e317-23)

N-acetilcisteina riduce bisogno di cocaina
L'N-acetilcisteina (Nac) sopprime la reattività ai segnali correlati alla cocaina nei soggetti che ne sono dipendenti. Ciò potrebbe costituire un meccanismo farmacologico completamente nuovo per il trattamento della dipendenza da cocaina e forse anche di altre dipendenze. La NAc attutisce lo stato di bisogno, promuove la terapia cognitiva ed inibisce pertanto la vulnerabilità alle recidive nei tossicodipendenti. Il nuovo meccanismo implica la stabilizzazione delle disfunzioni associate alla dipendenza nella trasmissione del glutammato. Sono in corso studi sull'effetto della Nac sui tassi di recidiva e nella dipendenza da nicotina e marijuana. (Am J Psychiatry 2007; 164: 1115-7)

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