Roma, 23 feb. (Adnkronos Salute) - Una 'pandemia' che, secondo le ultime stime, colpisce circa 6 milioni di italiani, con un milione di malati ancora ignora la propria condizione. Dopo i 40 anni un connazionale su tre è infatti a rischio diabete, malattia che all'inizio non dà disturbi o dolori, ma danneggia in modo subdolo e irreparabile l'organismo. Per garantire in tutta la Penisola una diagnosi precoce e un trattamento aggressivo, fin dalle prime fasi della malattia, "serve un'azione sinergica tra medici, politici e pazienti", che sensibilizzi tutti sull'importanza di cure rapide ed efficaci, per garantire al maggior numero di diabetici il controllo glicemico e prevenire le conseguenze della malattia. Questo l'appello di esperti e politici intervenuti oggi a Roma all'incontro 'Fermare il diabete: una sfida per la sanità e le Istituzione', promosso dall'Osservatorio sanità e salute.A preoccupare specialisti e istituzioni la situazione di chi oggi ignora la propria malattia, e i tempi lunghi spesso necessari per arrivare alla diagnosi. "In media - spiega all'ADNKRONOS SALUTE Pietro Folino Gallo, dirigente dell'ufficio coordinamento Osmed dell'Aifa - dall'insorgenza del diabete alla sua diagnosi e cura passano 5-6 anni: si tratta di una malattia subdola - ricorda - per cui il medico di famiglia ha il ruolo di prima sentinella sul territorio", sottolinea. "A ostacolare l'azione per migliorare il trattamento c'è soprattutto la burocrazia asfissiante, che causa anche notevoli sprechi. Basti pensare che la spesa per le strisce reattive diagnostiche supera di un terzo quella per curare il diabete", dice Antonio Tomassini, presidente della XII Commissione permanente Igiene e sanità del Senato. L'attenzione ai costi, insomma, a volte rischia di generare mostri. "Ci è stato segnalato il caso di Asl che sostituiscono la terapia biotech dei pazienti con prodotti 'equivalenti', ma nel caso di questi farmaci è rischioso modificare il trattamento", evidenzia Tomassini. Di "disparità di trattamento nelle Regioni e lacune abissali" parla Emanuela Baio Dossi, membro della Commissione parlamentare per l'Infanzia e "diabetica dall'età di 9 anni. Dobbiamo lavorare insieme per promuovere la ricerca sulle cause della malattia - invita la senatrice - e investire risorse pubbliche in questo settore". "Nel 2025 l'Organizzazione mondiale della sanità stima che 300 milioni di persone nel mondo soffriranno di diabete. Inoltre oggi in Europa il 30-50% dei casi non è diagnosticato - continua Folino Gallo - Insomma, una parte sostanziale di pazienti resta per 4-7 anni senza una diagnosi e un trattamento adeguato". Inoltre "nei primi 11 mesi del 2009 sono stati spesi 519 milioni di euro per gli antidiabetici in Italia, di cui 246 milioni per forme orali e 273 milioni per le insuline". Poi ci sono i nuovi farmaci biotech: la spesa sanitaria in questo caso "rappresenta il 3% di quella per tutti gli anti-diabetici", calcola."Il nostro servizio sanitario deve garantire alla persona con diabete l'uso di metodi diagnostici e terapeutici appropriati, in modo uniforme. Perché è possibile condurre una vita normale con questa malattia", conclude la Baio Dossi, sottolineando ancora una volta l'importanza di promuovere studi che abbiano come obbiettivo il cambiamento della storia naturale del diabete.
Diabete: fibrati non proteggono il cuore
Il trattamento a lungo termine con fenofibrato non sembra ridurre l'arteriosclerosi, i livelli infiammatori o le disfunzioni endoteliali nei pazienti con diabete di tipo 2. Precedenti ricerche avevano suggerito che la terapia con fibrati potesse avere effetti benefici a livello cardiovascolare, ma è stato poi dimostrato che il trattamento con fenofibrato non riduce gli eventi coronarici nei soggetti con diabete di tipo 2. Esso infatti non fa riscontrare alcuna riduzione nello spessore intima-media della carotide o negli indicatori di rigidità delle grandi arterie, ne' alcuna variazione nei livelli di diversi biomarcatori infiammatori, fra cui PCR, IL-6 ed attivazione endoteliale. (J Am Coll Cardiol online 2008, pubblicato il 10/12)
Ulcere diabetiche del piede spesso difficili
Benchè la maggioranza dei pazienti ricoverati per ulcere diabetiche del piede reagiscano inizialmente abbastanza bene, gli esiti complessivi a lungo termine sono spesso infausti. Nonostante infatti un tasso di guarigione della lesione complessivamente soddisfacente, la prognosi complessiva di questi pazienti spesso non lo è. La maggior parte dei pazienti che vanno incontro a decesso dopo il ricovero lo fanno per cause cardiovascolari, ma circa un quinto di essi va incontro a mortalità per un evento correlato alla ferita. L'unico fattore indipendentemente predittivo di mortalità in questi pazienti sono i danni renali. Sarebbe essenziale definire criteri di successo universalmente riconosciuti per l'assistenza alle ulcere diabetiche del piede: tali criteri dovrebbero andare oltre la semplice valutazione dei tassi di guarigione. (Diabetes Care 2008; 31: 1288-92)
Il tipo 2 comincia prima di nascere
L'esposizione intrauterina a fattori materni quali diabete ed obesità è fortemente associata al diabete di tipo 2 nei giovani. Oltre all'obesità infantile, potrebbe essere necessario rivolgere le risorse della prevenzione anche verso il numero sempre crescente delle gravidanze complicate dall'obesità. E' in aumento l'interesse nell'ipotesi secondo cui l'obesità materna durante la gravidanza, anche in assenza di diabete conclamato, sia anche associata ad anomalie metaboliche per tutta la vita nella prole, come l'obesità o i segni della sindrome metabolica, ma i dati in merito scarseggiano: quanto recentemente rilevato, comunque, supporta fortemente questa ipotesi. (Diabetes Care. 2008; 31: 1422-6)
Diabete complicato da herpes negli africani
Fra i soggetti dell'Africa sub-sahariana, gli anticorpi contro l'HHV-8 risultano associati a diabete di tipo 2 tendente alla chetosi. Queste forme di diabete si osservano tipicamente nei soggetti di razza nera di origine africana: la comparsa improvvisa della malattia suggerisce che potrebbe esservi l'intervento di alcuni fattori precipitanti. Precedenti studi hanno connesso le infezioni a vari virus, fra cui l'HHV-6, alla chetoacidosi diabetica. Benchè attualmente i dati disponibili supportino un legame fra HHV-8 e chetoacidosi diabetica, essi devono ancora essere replicati in altre popolazioni, e sono necessari studi longitudinali per comprendere la significatività clinica di quanto osservato. (JAMA 2008; 299: 2770-6)
Tipo 2: screening non per tutti
A parte forse per i pazienti ipertesi, lo screening del diabete di tipo 2 garantisce scarsi benefici: esso dunque è raccomandato solo nei pazienti con una pressione costantemente al di sopra dei 135/80 mmHg. Cambiamenti aggressivi dello stile di vita possono ridurre in modo drammatico l'incidenza del diabete, ma non è chiaro se la diagnosi di prediabete conferisca benefici particolari per la salute al di là di quelli che deriverebbero dal perseguimento di questi cambiamenti da parte di tutti i pazienti obesi. Benchè sia stato ben provato che nell'arco di anni il controllo del glucosio e soprattutto la riduzione del rischio cardiovascolare potrebbero migliorare gli esiti a lungo termine per la salute nei soggetti con diabete di tipo 2, sono scarse le prove che indicano un beneficio incrementale del trattamento precoce quale risultato dello screening sistematico degli adulti asintomatici. (Ann Intern Med 2008; 148: 846-68)
Uso del vuoto nelle ulcere diabetiche del piede
Il trattamento della ferita con pressione negativa tramite un sistema sottovuoto sembra offrire dei vantaggi rispetto alla terapia avanzata umida nel trattamento delle ulcere diabetiche del piede. Una significativa proporzione di ulcere infatti giunge alla chiusura con il sistema a pressione negativa, e quest'ultimo non presenta differenze rispetto alle tecniche tradizionali per quanto riguarda le complicazioni. La tecnica a pressione negativa però porta ad una riduzione del numero di amputazioni. Ciò dimostra che questa tecnica innovativa abbia le possibilità per rappresentare un grande progresso nel trattamento di queste lesioni. (Diabetes Care 2008; 31: 631-6)
Beta-OHB per diagnosi di chetoacidosi diabetica
I livelli sierici di beta-OHB, un corpo chetonico, rappresentano un potenziale standard per la diagnosi della chetoacidosi diabetica (DKA). La ricerca sembra aver perso interesse in questa malattia, con il risultato che le diagnosi sono scemate di molto negli ultimi 30 anni. I test attualmente disponibili per la diagnosi della malattia, d'altro canto, come pH ed HCO3, non sono abbastanza specifici. Non è stato provato che il beta-OHB sia superiore all'HCO3 per la diagnosi della DKA, ma d'altro canto qualsiasi criterio diagnostico per la malattia è arbitrario; ciò non di meno, il livello minimo di beta-OHB per la diagnosi di DKA nell'adulto, pari a 3,8 mmol/l, è più preciso e quantitativo dei criteri precedenti. La DKA è frequentemente oggetto di errori diagnostici, e questo è il caso anche di diverse altre patologie: è dunque forse necessario un maggior rigore nell'effettuare diagnosi. (Diabetes Care 2008; 31: 643-7)
L'esercizio migliora sensibilità all'insulina
Il miglioramento complessivo nella sensibilità all'insulina osservato nei diabetici che praticano esercizio aerobio è dovuto a miglioramenti nella sensibilità periferica, e non in quella epatica. In base a quanto rilevato, è probabile che in assenza di restrizioni caloriche ci voglia più di una settimana per migliorare la sensibilità epatica all'insulina nei soggetti diabetici. Vale anche la pena notare che, nonostante la sospensione dei medicinali per il diabete, i valori glicemici a digiuno non hanno subito alcuna variazione nel gruppo studiato, e quindi il metabolismo del glucosio può essere migliorato entro una settimana dall'inizio del programma di esercizio. In particolare è possibile migliorare la glicemia dopo i pasti grazie ad un miglioramento dell'assorbimento muscolare del glucosio, nonostante l'assenza di variazioni apparenti nei livelli glicemici a digiuno. (J Clin Endocrinol Metab 2008; 93: 771-8)
Diabete, rischio in aumento con l'acido urico
I livelli sierici di acido urico rappresentano un forte ed indipendente fattore di rischio di diabete. L'acido urico sierico è associato positivamente alla glicemia nei soggetti sani, ma questa associazione non si mantiene anche nei soggetti diabetici, in quanto nello stato iperglicemico è riportato un basso livello di acido urico nel siero. Dato che la maggior parte dei soggetti va incontro ad una fase di ridotta tolleranza al glucosio prima della progressione verso il diabete, non è chiaro se l'aumento dell'acido urico nel siero predica il rischio di diabete di tipo 2. I dati del presente studio, insieme a quelli della letteratura precedente, indicano che la diminuzione dell'acido urico potrebbe costituire una nuova strategia terapeutica per la prevenzione del diabete, e giustificano uno studio clinico prospettico sui possibili benefici della misurazione e della riduzione dell'acido urico sierico in molteplici malattie croniche. (Diabetes Care 2008; 31: 361-2)
Ipertensione, identificati fattori predittivi diabete
I principali fattori predittivi di diabete ex-novo nei pazienti con ipertensione sono la glicemia a digiuno di base al di sopra delle cinque mmol/L, il BMI e l'uso di alcuni beta-bloccanti con o senza diuretici. Dati osservazionali suggeriscono che l'ipertensione sia un fattore di rischio per il diabete di tipo 2, e pertanto le due condizioni coesistono di frequente. L'incremento della propensione allo sviluppo del diabete nella popolazione ipertesa viene influenzato in modo variabile da diverse classi di farmaci antiipertensivi. In attesa di dati definitivi su morbidità e mortalità cardiovascolari nei pazienti con diabete incidente associato agli antiipertensivi, sarebbe quanto meno poco saggio, a meno di indicazioni eclatanti, somministrare beta-bloccanti e diuretici in luogo di altre combinazioni come bloccanti dei canali del calcio ed ACE-inibitori, anche perché questi ultimi farmaci hanno dimostrato la propria convenienza. (Diabetes Care online 2008, pubblicato l'11/2)
Tiazidici per ipertensione e sindrome metabolica
Nonostante il profilo metabolico meno favorevole, i diuretici tiazidici ottengono risultati cardiovascolari simili o anche superiori rispetto a bloccanti dei canali del calcio ed ACE-inibitori nei pazienti anziani con ipertensione e sindrome metabolica. La terapia antiipertensiva ottimale in questi pazienti è attualmente ignota: era stato suggerito che i diuretici non debbano essere usati perché hanno effetti metabolici sfavorevoli sulla sensibilità all'insulina ed incrementano il rischio di comparsa di diabete ed esiti clinici negativi. I bloccanti dei canali del calcio, che sono metabolicamente neutrali, e gli ACE-inibitori ed i bloccanti dei recettori per l'angiotensina (ARB), che migliorano l'azione dell'insulina, vengono da molti considerati i farmaci iniziali di scelta. Il presente studio ha però rivelato i vantaggi dei tiazidi, nonostante la glicemia a digiuno leggermente aumentata e l'aumento dell'incidenza del diabete. (Diabetes Care. 2008; 31: 353-60)
Diabete tipo 2: DHEA ripristina equilibrio ossidativo
La somministrazione di DHEA migliora lo squilibrio ossidativo prevalente nei pazienti con diabete di tipo 2. Stanno emergendo prove del fatto che lo stress ossidativo svolga un ruolo nelle complicazioni macrovascolari e microvascolari del diabete, il che suggerisce che il controllo glicemico non debba essere il solo scopo nel suo trattamento. Il ripristino dei livelli di DHEA vicini a quelli dei giovani adulti riduce lo squilibrio ossidativo, e dovrebbe essere il modo di contrastare la formazione di prodotti avanzati della glicazione nei pazienti con diabete di tipo 2, prevenendo probabilmente la progressione delle complicazioni croniche. Probabilmente questi effetti della somministrazione di DHEA non permangono dopo la sospensione della terapia, ma ciò non significa necessariamente che il paziente debba assumere l'ormone per il resto della propria vita. ( Diabetes Care 2007; 30: 2922-7 )
Ictus: esercizio favorisce tolleranza al glucosio
L'insulinoresistenza e l'intolleranza al glucosio che intervengono spesso dopo un ictus possono essere migliorati da esercizi aerobi. Il presente studio dimostra che i sopravvissuti ad un ictus cronicamente disabili possono far progredire il proprio livello di esercizio fino all'adattamento metabolico entro un periodo di sei mesi. Sono sicuramente necessari ulteriori studi in materia, ma la capacità di invertire parzialmente iperinsulinemia e ridotta tolleranza al glucosio con interventi sullo stile di vita dopo un ictus è clinicamente significativa, data la prevalenza estremamente elevata di questi disturbi ed il loro impatto negativo sulla salute vascolare di questa popolazione. ( Stroke 2007; 38: 2752-8 )
Pressione predice diabete in donne sane
La pressione di base e la sua progressione sono forti fattori predittivi indipendenti di diabete di tipo 2 in donne inizialmente sane. Nonostante la stretta correlazione fra ipertensione e diabete di tipo 2, erano finora disponibili scarse informazioni sulla correlazione fra livelli pressori e susseguente sviluppo del diabete: l'accertamento di questa correlazione può essere importante, in quanto implicherebbe il monitoraggio dei livelli glicemici nei pazienti con valori pressori in aumento. Il presente studio ha accertato la correlazione, indipendentemente da BMI ed altri parametri afferenti alla sindrome metabolica: i medici dovrebbero esserne consapevoli per ottimizzare la gestione dei pazienti a rischio di patologie cardiovascolari. ( EurHeart J online 2007, pubblicato il 9/10 )
Diabete materno abbatte riserve di ferro fetali
I neonati figli di madri con diabete di tipo 2 sono propensi alla riduzione dei livelli di ferro secondaria all'incremento dell'eritropoiesi in utero. I figli di donne diabetiche sono spesso policitemici alla nascita, e ciò potrebbe riflettere la risposta fetale all'ipossia cronica intrafetale, che porterebbe all'incremento dell'eritropoiesi. Il presente studio conferma che il diabete mellito nella madre è connesso alla deplezione delle riserve di ferro nel bambino, il che supporta la teoria sopra esposta. La differenza nei livelli di eritropoietina fra questi bambini e quelli di donne non diabetiche, tuttavia, non raggiunge la significatività statistica. ( Arch Dis Child Fetal Neonatal Ed 2007; 92: 399-401 )
Un allele peggiora il rischio demenza nel diabetico
Nei portatori dell'allele APOE E-4, il diabete incrementa ulteriormente la suscettibilità al morbo di Alzheimer. I due fattori hanno dimostrato un'azione sinergica, ma non incrementano il rischio di demenza vascolare. L'iperglicemia o l'ipoperfusione cerebrale cronica potrebbero aumentare la produzione o la deposizione di beta-amiloide, ed il danno vascolare cerebrale causato dal diabete potrebbe ridurre la clearance della proteina. A prescindere dal meccanismo di base, comunque, i dati del presente studio dovrebbero essere tenuti in conto nell'assistenza agli anziani diabetici, soprattutto quando il paziente viene introdotto nei protocolli di gestione del diabete. ( Arch Neurol 2008; 65: 89-93 )
Diabete: insulinoresistenza accelera progressione?
L'insulinoresistenza in alcuni parenti ICA-positivi di pazienti con diabete di tipo 1 sembra accelerare l'insorgenza della malattia conclamata. Di fatto, un certo numero di situazioni associate con l'incremento dell'insulinoresistenza, fra cui pubertà e gravidanza, sembrano accelerare l'insorgenza del diabete di tipo 1. Il modello omeostatico di valutazione dell'insulinoresistenza HOMA2-IR non è risultato valido nella valutazione del rischio dei pazienti con risposta insulinica di prima fase preservata, ma risulta un forte determinante del rischio nei soggetti in cui la funzionalità delle cellule beta è marcatamente ridotta. I risultati del presente studio suggeriscono che la sensibilità all'insulina modula l'insorgenza clinica del diabete solo nei soggetti con funzionalità cellulare gravemente compromessa. ( Diabetes Care 2008; 31: 146-50 )
Ovaio policistico, ferro e insulinoresistenza
L'incremento dei depositi di ferro nelle donne con sindrome dell'ovaio policistico deriva dall'insulinoresistenza e dall'iperinsulinismo, e non dalla riduzione delle perdite mestruali. Questo fenomeno non necessita di un trattamento specifico, ma i depositi possono ugualmente essere diminuiti tramite una terapia farmacologica. Dato che elevati livelli di ferritina predispongono queste pazienti alla riduzione della tolleranza al glucosio ed al diabete di tipo 2, la riduzione dei depositi di ferro potrebbe indirettamente prevenire questo esito metabolico indesiderato. E' al momento oggetto di studio l'interazione delle varianti di diversi geni che modulano l'assorbimento ed il metabolismo dei depositi di ferro. ( Diabetes Care 2007; 30: 2309-13 )
Depressione comune fra gli adulti diabetici
In base ad un'indagine telefonica condotta negli USA, la depressione maggiore è altamente prevalente nei pazienti diabetici, con un picco di prevalenza fra i 30 ed i 39 anni ed una maggiore frequenza nelle donne. I soggetti più frequentemente depressi sono quelli con diabete di tipo 2 che fanno uso di insulina, e meno quelli che non ne fanno uso o quelli con diabete di tipo 1. I tassi più bassi si osservano nella razza asiatica, mentre i maggiori sono stati riscontrati negli indiani americani e nei nativi dell'Alaska. Dato il rischio di depressione maggiore, i medici che assistono i pazienti diabetici dovrebbero sottoporli di routine a screening per questa patologia. ( Diabetes Care 2008; 31: 105-7 )
Diabete tipo 2: cautela nell'uso tiazolidinedioni
Pur senza modificare le linee guida per la gestione dell'iperglicemia nel diabete di tipo 2, L'American Diabetes Association e la European Association for the Study of Diabetes hanno raccomandato cautela nell'uso dei tiazolidinedioni. Tale raccomandazione segue alcune segnalazioni sull'aumento del rischio di infarto e ritenzione di liquidi con conseguente scompenso cardiaco congestizio con l'uso di questi farmaci. I dati comunque non sono tanto allarmanti da richiedere la rimozione di questi farmaci dal novero delle opzioni di seconda linea per il diabete, in quanto peraltro essi causano ipoglicemia meno frequentemente di altri, ma alla luce di essi vanno prese in considerazione anche alternative come le sulfaniluree o l'insulina. ( Diabetes Care 2008; 31: 173-5 )
Diabete tipo 2, utile l'olio di pesce
Due mesi di integrazione con olio di pesce riducono l'adiposità ed i marcatori aterogeni nelle donne con diabete di tipo 2. Questi effetti benefici potrebbero essere connessi a variazioni morfologiche ed infiammatorie nel tessuto adiposo. I pazienti con diabete di tipo 2 possono assumere una dose moderata di PUFA in totale sicurezza: se non si superano gli 1,8 g/die, essi non deteriorano il controllo glicemico o la sensibilità all'insulina, ma aiutano a diminuire l'adiposità ed alcuni cambiamenti infiammatori correlati. E' però necessaria cautela nei pazienti che assumono anticoagulanti, nei quali è necessario uno stretto controllo per stabilizzare l'INR. Una dieta ricca in olio di pesce potrebbe essere di beneficio, ma assumerlo sotto forma di capsule su base regolare sarebbe più semplice che mangiare sempre pesce e potrebbe assicurare un effetto stabile. Gli integratori, inoltre, sarebbero di massima utilità per i pazienti a cui il pesce non piace. ( Am J Clin Nutr 2007; 86: 1670-9 )
Neuropatia diabetica: alfa-linolenico diminuisce rischio
L'assunzione con la dieta di acido alfa-linolenico è associata alla riduzione dell'incidenza della neuropatia diabetica periferica. L'acido alfa-linolenico è un acido grasso omega-3 che si trova in molto oli vegetali, fra cui quelli di lino e noce. Un'elevata assunzione di questi oli è comunemente associata ad una riduzione del rischio di coronaropatie ed ipertensione, ed il loro effetto protettivo nei confronti delle malattie macrovascolari e la loro associazione con la neuropatia diabetica periferica potrebbero essere dovute a meccanismi biologici simili. Sono però necessari ulteriori studi per verificare gli effetti protettivi dell'acido alfa-linolenico nei pazienti diabetici. ( Diabetes Care 2008; 31: 93-5 )
Diabete: disfunzioni cognitive correlate al cortisolo
Le disfunzioni cognitive che intervengono nei pazienti diabetici derivano dall'incremento dei livelli dello steroide surrenale cortisolo. E' noto che il diabete abbia effetti negativi su molti sistemi d'organo, e nel caso del cervello questi effetti possono portare a danni cognitivi. Precedenti studi avevano indicato l'asse ipotalamico-pituitario-surrenale come un target del diabete, ma non era finora noto il modo esatto in cui questo sistema sia coinvolto nelle disfunzioni cognitive indotte dalla malattia. Da un punto di vista scientifico di base, sarà importante identificare i meccanismi specifici tramite i quali il cortisolo influenza negativamente apprendimento e memoria, e specificamente il modo in cui influenza la comunicazione fra cellule neurali e quello in cui ostacola la neurogenesi. Da un punto di vista clinico, invece, sarà importante accertare se i farmaci che bloccano la produzione o l'azione del cortisolo possano prevenire o invertire i deficit cognitivi nei pazienti diabetici. ( Nat Neurosci online 2008, pubblicato il 19/2 )
Prospettive delle staminali insulino-secernenti
Sono state riportate prove definitive del fatto che le cellule staminali embrionali umane possano essere usate per creare cellule secernenti insulina che rispondono al glucosio. Lo sviluppo di una terapia cellulare per il diabete sarebbe grandemente supportata da una fonte rinnovabile di cellule beta umane. L'endoderma pancreatico, derivato dalle cellule staminali embrionali umane, può generare cellule endocrine con queste utili caratteristiche, ed inoltre protegge anche da alcune forme di ipoglicemia da farmaci. Ciò suggerisce che le cellule staminali embrionali umane rappresentino una fonte rinnovabile di cellule insulo-simili per il trattamento del diabete. ( Nat Biotechnol online 2008, pubblicato il 20/2 )
Fondamentale trattare il diabete multifattorialmente
Nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio, un intervento estensivo precoce con combinazioni multiple di farmaci e modifiche comportamentali porta ad una riduzione dei tassi di mortalità e di disordini cardiovascolari. Si tratta della prima volta che si riesce a dimostrare una riduzione del rischio tanto significativa in un qualsiasi gruppo di diabetici ad alto rischio. I risultati ottenuto comunque si devono al fatto che il trattamento è stato iniziato molto precocemente, ossia appena è stata riscontrata la microalbuminuria, e ciò è fondamentale. Non è inoltre facile aiutare il paziente ad attenersi ad una terapia con molteplici farmaci. ( New Engl J Med. 2008; 358: 580-91 )
Come vivere con il tipo 2
Semplici consigli da parte del medico durante le visite di routine sono efficaci nell'incoraggiare i pazienti sedentari in sovrappeso o obesi con diabete di tipo 2 ad intraprendere uno stile di vita più sano. I medici sono ben consapevoli del loro potenziale positivo in questo senso, ma i molti punti di interesse clinico e le priorità del paziente durante le visite abituali spesso rendono difficile indirizzare adeguatamente le modifiche dello stile di vita in ciascun paziente. Problemi di tempo e mancanza di insegnamento su come consigliare meglio il paziente su nutrizione, esercizio e gestione del peso sono barriere che il medico deve superare. I risultati del presente studio sottolineano i benefici di brevi consulenze dirette dal medico sugli stili di vita sani, pur rivelandone le limitazioni: senza un miglioramento nell'educazione del medico, sistemi sanitari più sofisticati e di sostegno ed un maggior riferimento alla sanità pubblica, le consulenze comportamentali sulla salute non realizzeranno probabilmente il loro pieno potenziale. ( Arch Intern Med. 2008; 168: 129-30 e 141-6 )
Il caffè di nuovo sotto accusa di diabete
Quattro caffè al giorno e la glicemia può salire dell'8 per cento, mettendo in serio pericolo la salute di chi soffre di diabete di tipo 2. E' il nuovo, sconfortante allarme che riguarda la bevanda più amata dagli italiani. Questa volta si tratta di un piccolo studio pubblicato su 'Diabetes Care' e portato avanti da ricercatori della Duke University Medical School di Durham (Usa) su 10 malati, che sono stati invitati ad assumere in un arco di 72 ore, a giorni alterni, alcune pillole che contenevano l'equivalente in caffeina di quattro tazzine, oppure un placebo. Per tenere sotto controllo i pazienti, gli studiosi hanno inserito nel loro braccio alcuni chip sottocutanei in grado di monitorare il livello di glucosio nel sangue. Dalle analisi è emerso che assumere caffeina può aumentare la glicemia, soprattutto dopo i pasti: +9 per cento dopo la colazione, +15 per cento dopo pranzo e +26 per cento dopo cena. Sembra che questa sostanza agisca interferendo con il processo che 'sposta' il glucosio dal sangue ai muscoli e ad altre cellule dell'organismo. Inoltre, potrebbe innescare il rilascio di adrenalina aumentando così la quantità di zuccheri nel sangue. "Ora l'indagine andrà effettuata su un numero maggiore di diabetici - puntualizza James Lane, autore dello studio - e occorre comunque sottolineare che nelle persone sane il caffè non ha effetti collaterali come questo, e anche fra i diabetici potrebbero esserci persone più o meno 'sensibili' agli effetti negativi legati al consumo massiccio di questa bevanda".
Diabete tipo 2: aumentato il grasso epatico
I pazienti con diabete di tipo 2 hanno nel proprio fegato una quantità di grasso sostanzialmente maggiore rispetto alle loro controparti non diabetiche dello stesso peso, ma nei diabetici gli enzimi epatici tendono a sottostimare il contenuto in grasso del fegato. E' importante sviluppare strumenti per diagnosticare una steatosi epatica nei pazienti con diabete di tipo 2 in quanto la steatoepatite non alcolica è più comune in questi pazienti che in quelli non diabetici, e può progredire verso la cirrosi e l'insufficienza epatica. La conoscenza del contenuto epatico in grasso è anche importante ai fini delle scelte terapeutiche. ( Diabetes Care 2008; 31: 165-9 )
Dieta a basso indice glicemico per i tipo 2
Nei pazienti con diabete di tipo 2, una dieta a basso contenuto di carboidrati ed a basso indice glicemico non porta ad alcun effetto sulla HbA2, ma porta ad una riduzione nella glicemia postprandiale e nella concentrazione di proteina C-reattiva. La riduzione dell'apporto di carboidrati o quella dell'indice glicemico non influenzano il controllo glicemico complessivo, ma ciò non deve sorprendere, in quanto questi soggetti hanno una glicemia quasi normale. Il dato più innovativo consiste nella riduzione della proteina C-reattiva, che è molto importante: bisogna infatti considerare la dieta non soltanto in ragione della riduzione della glicemia, ma in ragione della riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. ( Am J Clin Nutr 2008; 87; 114-25 )
Curare il tipo 2 salvando cuore e ossa
Un recente studio supporta la teoria secondo cui il trattamento con tiazolidinedioni (TZD) sia associato a una diminuzione dell'osteoprotegerina circolante e a una minore prevalenza di ischemia miocardica silente nei pazienti con diabete di tipo 2. Si pensa che i TZD riducano la formazione ossea e contribuiscano alla perdita d'osso. L'osteoprotegerina inibisce la genesi degli osteoclasti funzionando da recettore per il ligando RANK, un fattore che svolge un ruolo nel rimodellamento osseo. I TZD potrebbero prevenire la differenziazione degli osteoblasti indotta dal diabete nelle pareti arteriose e la calcificazione mediale, probabilmente tramite la riduzione dei livelli plasmatici di osteoprotegerina. Il miglioramento della funzionalità endoteliale attribuito ai TZD potrebbe spiegare la minore prevalenza di anomalie della perfusione miocardica nei pazienti trattati con questi farmaci: la funzionalità endoteliale risulta spesso danneggiata nei diabetici, e può causare anomalie perfusionali anche in assenza di stenosi coronariche significative. ( Diabetes Care 2008; 31: 593-5 )