Costipazione da oppioidi per 1 su 2
Nelle unità di cure palliative colpisce un paziente su due. La costipazione causata dall'azione degli oppioidi (Oic) è uno degli effetti collaterali più comuni che aggrava la situazione di malati già gravi. E ad oggi è senza soluzione. I palliativisti hanno perfezionato la gestione degli effetti indesiderati, sono riusciti nell'impresa di innalzare la qualità di vita dei pazienti con malattie in fase avanzata, ma non sono riusciti a porre rimedio alla costipazione da oppioidi: un disturbo che non si riesce ad alleviare neanche con l'impiego di farmaci lassativi, inefficaci nel 54% dei casi. "Si tratta di un problema di grande impatto", ha sottolineato ieri a Milano Franco De Conno, direttore dell'Associazione europea di cure palliative (Eacp). "Oltre a causare un forte disagio personale al paziente, ci costringe a un uso intermittente della terapia oppioide e, nei casi più gravi, a manovre terapeutiche invasive". Con conseguente riduzione del controllo del dolore e ulteriori complicanze, a cui si aggiungono le spese aggiuntive per il Servizio sanitario nazionale. Nuove speranze su questo fronte sembrano arrivare da uno studio pubblicato sul 'New England Journal of Medicine'. I ricercatori hanno infatti messo a punto un farmaco che avrebbe dato risultati nella cura della costipazione. La molecola è mirata a contrastare l'effetto degli oppioidi sul tratto gastrointestinale, senza interferire sull'effetto analgesico. Gli esperti italiani, per il momento, non si sbilanciano: "Ma aspettiamo con ansia l'arrivo in Italia di questo farmaco per verificarne l'efficacia", commenta De Conno.
Tumori: fattori geografici di sopravvivenza
Vi sono ampie variazioni globali nella sopravivenza ai tumori, ed anche all'interno degli stessi USA i tassi di sopravvivenza variano fra le varie zone geografiche ed i gruppi razziali. Il paragone diretto fra la sopravvivenza ai tumori nelle aree ad alto e basso reddito non è stato facile, ma sono stati comunque pubblicati dati comparativi su 31 diversi Paesi. Nel complesso, la sopravvivenza a cinque anni per i tumori mammari, colorettali e prostatici è maggiore in Nord America, Australia, Giappone ed Europa del nord, ovest e sud, mentre è minore in Algeria, Brasile ed Europa dell'est. In una qualche misura, questi risultati erano previsti, ma i gap riscontrati sono di gran lunga maggiori di quanto pensato. La maggior parte delle differenze internazionali nella sopravvivenza possono probabilmente essere attribuite a differenze nell'accesso ai servizi diagnostici e terapeutici, ed in parte anche ai ridotti investimenti nelle risorse sanitarie. (Lancet Oncol online 2008, pubblicato il 17/7)
Ca prostata: PCR elevata predice esiti negativi
Un'elevata concentrazione di PCR (proteina c-reattiva) è associata ad una scarsa sopravivenza ed ad una minore probabilità di risposta del PSA negli uomini con tumori prostatici androgeno-indipendenti (AIPC). Sono in aumento le prove del fatto che l'infiammazione svolge un ruolo importante nello sviluppo e nella progressione di molti tumori, ma il ruolo dell'infiammazione nella cancerogenesi prostatica e nella progressione dei tumori prostatici non è stato ancora chiarito. Se quanto osservato verrà confermato, la PCR potrebbe provarsi un utile e facilmente misurabile marcatore prognostico che potrebbe aiutare nel processo decisionale clinico, nelle consulenze per il paziente e nella progettazione e nell'interpretazione degli studi clinici. Elevati livelli di PCR inoltre potrebbero fornire vitali approfondimenti sul ruolo fondamentale dell'infiammazione nella progressione dei tumori prostatici avanzati. ( Cancer 2008; 112: 2377-83 )
Tintura aumenta rischio di non-Hodgkin
L'uso di tintura per capelli può aumentare il rischio di alcuni tipi di linfoma non-Hodgkin. Questo effetto era già stato suggerito in precedenza, ma gli studi epidemiologici che hanno investigato l'associazione hanno portato a risultati incostanti. Fra le donne che hanno iniziato ad usare tintura per capelli dal 1980 in poi, l'incremento del linfoma follicolare risulta limitato all'uso di tinture di colore scuro. Il rischio riguarda soprattutto le donne che hanno fatto uso di tinture in questa fascia temporale, ma non si limita a loro. Sono necessari ulteriori studi per esaminare il rischio di linfoma non-Hodgkin in base al periodo temporale dell'uso della tintura per capelli ed alla suscettibilità genetica. ( Am J Epidemiol 2008; 167: 1321-31 )
Il rischio oncologico dei malati reumatici
I pazienti con artrite reumatoide hanno maggiori probabilità di sviluppare linfomi o tumori polmonari, ma minori di sviluppare tumori colorettali o mammari. Gli studi precedenti sono apparsi contraddittori, ed i tassi tumorali nei pazienti con artrite reumatoide sono risultati di volta in volta più alti, più bassi o equivalenti rispetto a quelli della popolazione generale. La meta-analisi ha portato un po' di chiarezza: i risultati di questi studi non erano del tutto contraddittori, in quanto non bisogna osservare l'incidenza complessiva dei tumori, ma quella dei tumori sito-specifici. I risultati della meta-analisi sono in generale coerenti con le tendenze del rischio riportate negli studi individuali. E' difficile separare il rischio di base associato esclusivamente alla malattia da quello derivante da alcuni dei potenziali effetti del trattamento. I medici che trattano paziento con artrite reumatoide, dunque, dovrebbero essere all'erta contro la comparsa di possibili segni di tumori polmonari e linfomi. (Arthritis Res Ther 2008; 10: R45)
Autoimmuni aumentano rischio di non-Hodgkin
Il rischio di sviluppare linfomi non-Hodgkin (NHL) risulta aumentato in alcune malattie autoimmuni, ma non in tutte. Alcune di queste malattie però, fra cui sindrome di Sjogren e LES, sono davvero associate ai linfomi, e non soltanto a carico degli organi interessati dalla malattia autoimmune, ma anche quelli di istologia e posizione più atipiche. I dati rilevati suggeriscono nuove vie di associazione fra alcuni sottotipi di NHL e specifiche malattie autoimmuni: tali vie possono essere basate su meccanismi comuni di linfomagenesi, che potrebbero essere rilevanti per lo sviluppo di questi sottotipi di NHL in un gruppo di malattie autoimmuni così come anche al di là dell'ambito delle malattie autoimmuni conclamate. (Blood 2008; 111: 4029-38)
Beta-catenina per gli squamocellulari
La segnalazione della beta-catenina, essenziale per il mantenimento della cancerogenesi nei carcinomi squamocellulari, rappresenta un nuovo target terapeutico per questi tumori maligni cutanei. E' stato rilevato che l'espressione del CD34 risulta aumentata di nove volte nei tumori cutanei indotti chimicamente, e che solo le cellule tumorali CD34+ sono in grado di dare luogo a tumori secondari e terziari, il che implica fortemente le cellule staminali cutanee come fonte della cancerogenesi. La cascata di segnalazione della beta-catenina, connessa a vari tumori umani, controlla la differenziazione delle cellule staminali cutanee ma non influenza l'omeostasi epidermica, ed è altamente attiva nelle aree popolate da cellule CD34+. (Nature 2008; 452: 650-3)
Con l'omozigosi si rischia il carcinoma
L'omozigosi a livello di loci genici sensibili svolge un ruolo importante nella suscettibilità ai tumori. Il presente studio rappresenta una svolta paradigmatica, suggerendo un nuovo meccanismo di predisposizione ai tumori più comuni. Questo tipo di predisposizione non influenza solo un piccolo numero di persone, come le mutazioni BRCA, ma intere popolazioni. Molti dei siti sensibili individuati comprendono diversi geni, ed a volte anche alcuni geni oncosoppressori, anche se non sempre. Le zone sensibili identificate rappresentano siti fragili comuni che presentano un aumento della sensibilità ai danneggiamenti del DNA. Questi dati uniscono i campi del somatico e della linea germinale: va ora accertato se la predisposizione ai tumori a bassa penetranza sia applicabile a tutti i tipi di tumore, e soprattutto perché. Se verrà ottenuta una convalida su altri gruppi di pazienti o magari anche altri tipi di tumore più volte, questo genere di test genetico potrebbe essere aggiunto all'apparato clinico di routine degli strumenti di valutazione del rischio tumorale nel prossimo futuro. (JAMA 2008; 299: 1437-45)
Tumori, un ligando per valutare la compliance
L'uso di alcuni ligandi peptidici insieme ad agenti di contrasto può consentire di determinare la risposta alla terapia di un tumore in modo non invasivo e precoce. Attualmente per verificare la risposta alla terapia si misurano le dimensioni del tumore, ma ciò implica che non si possa sapere nulla prima di due-tre mesi di trattamento, mentre la nuova strategia consente di rilevare la risposta entro 24-48 ore dall'inizio della terapia. E' importante notare come essa sia in grado di caratterizzare ogni tipo di tumore in ogni tessuto, compreso cervello, polmone, colon e prostata, quando la maggior parte delle altre forme di imaging molecolare è tumore-specifica. L'uso di questa tecnica potrebbe accelerare lo sviluppo dei farmaci e diminuire la durata del trattamento con agenti non efficaci. Sono però necessari ulteriori studi per accertare l'efficacia di questo approccio nei veri pazienti oncologici. (Nat Med online 2008, pubblicato il 25/2)
La ricerca delle cellule tumorali circolanti
Un nuovo sistema consente di rilevare cellule tumorali circolanti tramite citometria multifotonica senza necessità di prelievo di sangue: questa nuova tecnica è meno invasiva e consente di valutare un volume ematico molto maggiore rispetto a quanto può essere prelevato da un paziente per un'analisi. In un tumore in fase iniziale è possibile che vi siano poche cellule tumorali circolanti: incrementando il volume ematico analizzato si migliora la sensibilità del test, e si giunge ad una diagnosi più precoce. Il nuovo metodo implica l'iniezione endovenosa di un ligando fluorescente tumore-specifico che poi risponde ad un sistema di illuminazione a fluorescenza superficiale. ( Proc Natl Acad Sci. 2007; 104: 11760-5 )
Tumori: statine riducono incidenza nell'anziano
Le statine possono ridurre l'incidenza dei tumori del 25 percento nelle persone anziane. Benchè studi di laboratorio abbiano indicato che le statine possano inibire la progressione delle cellule tumorali, gli studi clinici finora non avevano confermato questo dato, probabilmente a causa dell'età troppo poco avanzata dei partecipanti e della brevità dei periodi di monitoraggio. Sono ora necessari studi osservazionali ed indagini randomizzate per valutare il ruolo delle statine come agenti antitumorali preventivi e confermare o confutare i dati positivi del presente studio, che ha individuato anche una significativa correlazione dose-risposta. ( J Natl Cancer Inst 2008; 100: 134-9 )
Pericoloso stimolare eritropoiesi in pazienti oncologici
Gli agenti stimolanti l'eritropoiesi che spesso vengono usati per trattare l'anemia associata alla chemioterapia nei pazienti oncologici potrebbero causare gravi complicazioni come la tromboembolia venosa o anche la morte. Il dato è nuovo e sorprendente, e non mette in dubbio solo la sicurezza di questi farmaci, ma anche la diligenza con cui vengono studiati. Di sicuro i rischi rilevati sono importanti data la prevalenza dell'uso di questi agenti quali terapia di supporto nei pazienti oncologici. Studi clinici futuri dovrebbero prevedere la raccolta di campioni di tessuto per valutare direttamente gli effetti dei farmaci sulle cellule tumorali: benchè non sia del tutto noto il meccanismo tramite il quale essi prolungano la sopravivenza, è preoccupante la possibilità che essi influenzino direttamente il tumore. ( JAMA. 2008; 299: 914-24 )
Un herpesvirus contro i tumori solidi
Un herpesvirus oncolitico "armato" con inibitori delle MMP potrebbe risultare efficace per il controllo dei tumori solidi. Le MMP svolgono un ruolo importante nella patogenesi e nella progressione dei tumori, e la terapia oncolitica virale ha dimostrato un qualche grado di efficacia contro i tumori stessi. Il presente studio suggerisce che l'espressione locale di MMP-inibitori come il TIMP-3 potrebbe garantire un'efficace alternativa agli inibitori molecolari per colpire le cascate MMP-dipendenti. La strategia proposta provoca anche un effetto sistemico di reclutamento di precursori endoteliali dal midollo osseo, il cui livello nel sangue periferico potrebbe essere potenzialmente monitorato quale indicatore degli effetti del trattamento. I dati del presente studio suggeriscono che il neuroblastoma ed i tumori maligni del rivestimento dei nervi periferici potrebbero essere suscettibili al trattamento con vettori oncolitici herpetici. ( Cancer Res online 2008, pubblicato il 25/2 )
EPO a rischio danneggiamento retinico
In base ad uno studio su animali retinopatici, l'EPO è in grado di favorire la rivascolarizzazione patologica della retina. Ciò non si limita ad aggiungere una nuova funzione all'EPO, ma suggerisce anche che i pazienti oncologici e quelli con patologie correlate ad una crescita anomala dei vasi ematici potrebbero esserne influenzati negativamente. L'EPO dunque influenza anche la crescita dei vasi ematici, e non solo quella degli eritrociti. Si tratta di un ormone glicoproteico prodotto dal rene che stimola la formazione di globuli rossi nel midollo osseo: la tecnologia del DNA ricombinante ha consentito la sua produzione sintetica, ed essa viene usato comunemente per il trattamento di alcuni tipi di anemia, come quella dei pazienti sottoposti a dialisi o chemioterapia. Benchè questa sia la sua funzione più nota, essa è coinvolta anche in diverse funzioni biologche non ematopoietiche: il presente studio dimostra che l'espressione temporale dell'EPO è di importanza critica nel determinare se avvenga una riparazione fisiologica o patologica a seguito di un danno retinico neurovascolare. I risultati del presente studio sono applicabili alle attuali terapie cliniche, ed inoltre potrebbero essere rilevanti ai fini della comprensione delle basi patologiche di altre situazioni che implicano neovascolarizzazione, fra cui la guarigione delle ferite ed i tumori. ( J Clin Invest. 2008; 118: 526-33 e 467-70 )
La psiche non può indurre tumori
La personalità non è connessa al rischio di tumori. Era stato ipotizzato che le donne con un carattere ansioso ed iroso fossero più propense verso i tumori mammari, ma gli studi finora avevano portato a risultati incostanti: oggi i medici possono fugare il timore delle proprie pazienti che esse possano in qualche modo aver causato la propria neoplasia. Non sono state rilevate prove di un'associazione fra l'incidenza del tumore mammario e tratti della personalità quali ansia, depressione, ottimismo o espressione delle emozioni. Nemmeno la combinazione di più di uno di questi elementi ha fatto riscontrare alcun effetto in questo senso. ( J Natl Cancer Inst. 2008; 100: 213-8 )
La variante che predispone al meningioma
Un polimorfismo di un singolo nucleotide in un gene di riparazione del DNA è connesso ad un aumento del rischio di sviluppare meningiomi. Pochi studi finora hanno investigato la natura della suscettibilità ereditaria a questa forma tumorale cerebrale, e soltanto tramite una collaborazione multicentrica è stato possibile assemblare un set di campioni idoneo da studiare. Sono necessari ulteriori studi per chiarire i dati ottenuti, i quali pertanto in questa fase non dovrebbero influenzare la pratica clinica. In particolare, l'esame della funzionalità del BRIP1 all'interno delle meningi e dei meningiomi potrebbe gettare luce sulla sua correlazione con il rischio tumorale. I dati comunque forniscono le prove di un modello predispositivo basato su varianti comuni per lo sviluppo dei meningiomi, e la giustificazione per la prosecuzione della ricerca di ulteriori alleli di suscettibilità a bassa penetranza. ( J Natl Cancer Inst 2008; 100: 270-6 )
Glioblastoma, utile combinazione di impianti
La combinazione dell'impianto di semi di iodo-125 e BCNU permanente è sicura ed efficace nei pazienti con glioblastoma multiforme ricorrente. L'uso di semi radianti e apparecchi impiantabili per la somministrazione di chemioterapia è da considerarsi lo standard per il trattamento del glioblastoma ricorrente. Questo tipo di trattamento può essere praticato da qualsiasi neurochirurgo quasi in qualsiasi ospedale del mondo, contrariamente a terapie complicate quali quella con cellule staminali, l'immunoterapia e i vaccini che sono limitati solo ad alcuni dei più grandi centri per la terapia dei tumori cerebrali. I pazienti con glioblastoma ricorrente non devono quindi necessariamente rivolgersi ad uno di questi centri per essere trattati. La terapia proposta è oggi in fase di sperimentazione per i glioblastomi di recente diagnosi. ( J Neurosurg 2008; 108: 1-7 )
GnRH-agonisti per fertilità dopo chemioterapia
In uno studio su donne in età riproduttiva sottoposte a chemioterapia per linfoma di Hodgkin, il cotrattamento con un agonista del GnRH si è dimostrato in grado di ridurre significativamente il danno ovarico. Alle donne fra i 14 ed i 40 anni in questa situazione dunque è possibile offrire la soppressione del ciclo mestruale e la creazione temporanea di un assetto ormonale pre-puberale. Il rischio di menopausa prematura con questa strategia è meno dell'otto percento, contro il 40-50 percento in sua assenza. Nei casi ad alto rischio, questo trattamento potrebbe essere considerato in aggiunta alla fertilizzazione in vitro ed alla criopreservazione degli embrioni, degli ovociti e del tessuto ovarico. Le iniezioni di GnRH evitano le gravi emorragie mestruali associate a diminuzione della conta piastrinica generate dalla chemioterapia. ( Fertil Steril 2008; 89: 166-73 )
CA di testa e collo, Hpv impatta sopravvivenza
A parità di trattamento, i pazienti con tumori di testa e collo Hpv+ rispondono meglio al trattamento e sopravvivono di più rispetto a quelli con tumori Hpv-. Questo dato conferma quanto osservato precedentemente su pazienti con carcinomi squamosi di testa e collo HPV+ in analisi retrospettive sulla sopravvivenza, ed è coerente con una maggiore sensibilità di questi tumori a chemioterapia e chemioradioterapia. I rischi ed i benefici delle modalità terapeutiche combinate intensive dovrebbero essere considerati separatamente in base allo status relativo all'infezione da Hpv nei pazienti con questi tumori. Inoltre, lo status relativo all'Hpv dovrebbe essere incluso quale fattore di stratificazione per gli studi clinici che includono pazienti con tumori orofaringei. ( J Natl Cancer Inst 2008; 100: 261-9 )
LMA: identificati meccanismi apoptosi-resistenza
L'induzione del gene citoprotettivo HO-1 è alla base della resistenza delle cellule di leucemia mieloide acuta (LMA) all'apoptosi indotta dal TNF. E' l'interazione fra il gene NF-kB ed i fattori di trascrizione Nrf2 che determina l'entità della risposta tramite i geni ARE: un eccesso di attività ARE è ciò che mantiene in vita queste cellule resistenti in condizioni che ucciderebbero qualsiasi altra cellula normale. Si sta oggi lavorando per definire il ruolo di queste proteine nella patogenesi di tutte le leucemie e tutti i linfomi, e sono in via di sviluppo virus specificamente in grado di bloccare queste cascate, strumenti potenzialmente utili nell'approccio genico alla terapia di queste malattie. ( Blood online 2008, pubblicato il 17/1 )
Anti recettore EGF attivano cellule immunitarie
Gli anticorpi specifici anti- EGF-R mediano l'attivazione immunitaria contro i carcinomi a cellule squamose di testa e collo. Il sistema immunitario è importante per la prevenzione o il trattamento dei tumori. I risultati del presente studio, comunque, derivanti da test in vitro, vanno confermati sul paziente: sarà importante accertare se la somministrazione di questi anticorpi al paziente generi effettivamente una risposta immunitaria, ed individuare i fattori relativi al paziente stesso, quali stadio della malattia e polimorfismi Fc-gamma-R, che possono influenzare la risposta immune a queste immunoterapie mirate. Altri studi in progetto verteranno su test più raffinati dell'attivazione immune e su una migliore selezione dei pazienti che risponderanno alla terapia. ( Arch Otolaryngol Head Neck Surg 2007; 133: 1277-81 )
Melanomi molto incidenti nei reumatici
I pazienti con artrite reumatoide trattati con chemioterapia presentano un maggior rischio di sviluppare melanomi rispetto alla popolazione generale. L'incremento del rischio di tumori maligni in generale, e di linfomi e tumori polmonari in particolare, era stato già descritto in precedenza, ma l'associazione con i melanomi costituisce una novità. In Australia, dove lo studio è stato effettuato. La popolazione è più suscettibile ai melanomi che nel resto del mondo, e quindi sono necessari ulteriori studi per meglio definire il ruolo della terapia, dell'immunosoppressione di per sé e dei fattori ambientali quali l'esposizione ai raggi UVA. Ciò non di meno, potrebbe esserci spazio per uno screening regolare dei tumori cutanei in tutti i pazienti con artrite reumatoide, e soprattutto per quelli che ricevono terapie immunosoppressive. ( Arthritis Rheum 2008; 59: 794-9 )