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Vitamin D

Author: Gianpiero Pescarmona
Date: 10/01/2008

Description

09/01/08,10:00, Editoriali a cura di Danilo Cadamosti - Medico di Medicina Generale - Milano
La terapia con Vitamina D riduce la mortalità
Autier P, Gandini S, Vitamin D Supplementation and Total Mortality Arch Intern Med. 2007;167:1730-7

Key words: vit. D, mortalità, malattie croniche

La relazione tra carenza di vitamina D (vit.D) e rachitismo è un dato acquisito accanto al quale si sta consolidando un ruolo non tradizionale della vit. D rispetto a diverse patologie croniche come le malattie cardiovascolari, il diabete e le neoplasie che da sole sostengono, nei paesi ad alto reddito, il 60-70% della mortalità totale in soggetti di età ≥50 anni 1.

In diverse popolazioni i livelli di vit. D, preormone che viene normalmente prodotto nella pelle quando i raggi UVB attivano la conversione del 7-deidrocolesterolo, sembrano inadeguati per il mantenimento di uno stato di salute ottimale. Studi ecologici ed osservazionali hanno evidenziato che il tasso di mortalità per malattie croniche è tanto più grande quanto è maggiore la distanza dall’equatore delle popolazioni studiate e che la sopravvivenza dei soggetti con malattie cardiovascolari o neoplastiche (polmone, mammella, colon ecc) risulta più elevata quando la diagnosi è formulata nei mesi estivi rispetto ad altri periodi stagionali 2,3.
Queste evidenze rendono ipotizzabile un nesso di causalità tra le variazioni della sintesi di vit. D e la mortalità per patologia cronica. Dati biologici hanno confermato la presenza dei recettori della vit. D in vari organi. La 1α,25 idrossivitamina D3 (calcitriolo) è in grado, attraverso l’attivazione recettoriale, di indurre la differenziazione, inibire la proliferazione cellulare e l’angiogenesi, che rappresentano meccanismi peculiari della cancerogenesi, ma altrettanto coinvolti nelle malattie cardiovascolari.

Una metanalisi condotta dai ricercatori dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione e dell’Istituto Europeo Oncologico (IEO) di Milano e pubblicata sugli Archives of Internal Medicine ha identificato 18 studi randomizzati, controllati, indipendenti che hanno valutato l’impatto della supplementazione con vit.D sulla mortalità per ogni causa di 57.311 soggetti. I gruppi di pazienti studiati erano complessivamente sani, anche se molti dei trial studiavano soggetti ad alto rischio di fratture. La compliance variava dal 47,7 al 95%. I dosaggi di vit. D differivano da 300 a 2000 UI/die, con una dose media corretta di 528 UI/die. In 9 trial è stata misurata la concentrazione serica di calcitriolo che nel gruppo di intervento variava da 1,4 a 5,2 volte rispetto ai controlli. Sono state identificate 4777 morti durante un follow up medio corretto per la grandezza dei trial di 5,7 anni. Gli individui randomizzati per la supplemetazione con vit. D presentavano una riduzione di mortalità del 7% significativa per ogni causa (RR=0,97 IC95% 0,77-0,99) che, nei gruppi di intervento, non subiva variazioni per l’associazione di terapia con calcio.
Nonostante tutte queste differenze non è stata rilevata eterogeneità tra gli studi (p= 0,52) o bias di pubblicazione (p= 0,77).

I motivi per cui la vit. D può ridurre la mortalità per tutte le cause non sono chiari. Diversi trials hanno studiato soggetti anziani fragili ad alto rischio di cadute e fratture non traumatiche. In questi casi la vit.D aumenta la stabilità posturale e riduce l’incidenza di fratture del 22% permettendo di evitare una caduta per 15 soggetti trattati. Questo effetto però non può essere messo in relazione con la mortalità ridotta del 7%, poichè il trial Women’s Health Iniziative (4) da solo rappresenta più della metà dei partecipanti presi in considerazione nella metanalisi e include donne giovani con bassa probabilità di morire per una caduta. Gli effetti pleiotropici extra-scheletrici del calcitriolo, mediati attraverso l’attivazione dei recettori della vit.D e implicati nel ridurre l’aggressività dei processi neoplastici e l’espansione delle lesioni ateromasiche, potrebbero essere anche coinvolti nella riduzione di mortalità indotta dalle statine attraverso un aumento dei livelli di vit. D e di stimolazione di recettori analoghi.
Questi e altri aspetti dello studio hanno permesso agli autori di affermare che:

* la terapia con dosi convenzionali di vit.D è associata ad una riduzione di mortalità
* la relazione tra lo status iniziale di vit.D, le dosi terapeutiche e la mortalità totale sono oggetto di ulteriori studi
* è necessario confermare questi dati con un trial di popolazione randomizzato controllato in soggetti ≥50 anni della durata di almeno 6 anni che abbia come end point primario la mortalità totale

Quindi, in un corpo di evidenze che associano numerosi ed eterogenei problemi di salute con la carenza di vit.D, questa metanalisi fornisce al medico uno stimolo ulteriore per identificare, prevenire e trattare questa condizione.

Fonte

* Autier P, Gandini S Vitamin D Supplementation and Total Mortality Arch Intern Med. 2007;167:1730-7

Bibliografia

1. National Center for Health Statistics - Center for Disease Control and Prevention – october 04, 2007
2. Grant WB Ecological studies of solar UV-B radiation and cancer mortality rates Recent Results Cancer Res. 2003;164:371-7
3. Zitterman A et al. Putting cardiovascular disease and vitamin D into perspective Br J Nutr. 2005;94:483-92
4. Jackson RD et al. for the Women's Health Initiative Investigators Calcium plus Vitamin D Supplementation and the Risk of Fractures N Engl J Med 2006;354:83

Nefropatie infantili: prevalente deficit vitamina D

Vi è un'elevata e sempre crescente prevalenza di deficit di vitamina D nei bambini con nefropatie croniche, il che aggrava il loro già elevato rischio di problemi di sviluppo delle ossa. Il deficit di vitamina D nei bambini infatti influenza negativamente lo sviluppo osseo riducendone la mineralizzazione, il che si aggiunge all'osteodistrofia renale in presenza di nefropatie croniche. Le linee guide attualmente in vigore suggeriscono di controllare i livelli di 25(OH)D se quelli di PTH sierico sono al di sopra dei valori ottimali dal secondo stadio della nefropatia cronica in avanti, ma l'entità del deficit di vitamina D in questi bambini non era finora mai stata valutata. I deficit di solito sono più gravi nei bambini ispanici, il che convalida la nozione secondo cui l'aumento del contenuto cutaneo in melanina diminuisce la produzione di vitamina D nella pelle: si tratta di un problema che riguarda bambini ed adolescenti, specialmente se di pelle scura, ma potrebbe anche essere un'ulteriore minaccia per la salute dell'osso in presenza di nefropatie croniche ed alterazioni del metabolismo della vitamina D, La tendenza all'incremento della prevalenza di questi deficit potrebbe essere un dato falso derivante dall'aumento delle richieste di esami da parte dei medici in cui è aumentato il livello di sospetto, oppure potrebbe essere frutto della variazione dell'esposizione al sole nel tempo. (Pediatrics. 2009; 123: 791-6)

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Vitamina D ininfluente sul cuore
Secondo una metanalisi apparsa su Annals of internal medicine, in letteratura sono presenti dati limitati che dimostrino come supplementazioni di vitamina D possano ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. L'indagine ha, inoltre, consentito di definire che l'apporto dietetico di calcio ha minimi effetti sugli outcome cardiovascolari. Howard D. Sesso e collaboratori, presso la Division of Preventive Medicine, Brigham and Women's Hospital di Boston, hanno selezionato e analizzato 17 studi prospettici e alcuni trial randomizzati che erano stati pubblicati tra il 1966 e il 2009 nei database Medline, Embase e Cochrane Central Register of Controlled Trials. Soltanto cinque studi prospettici riguardanti pazienti in dialisi e un trial relativo alla popolazione generale hanno evidenziato riduzioni consistenti della mortalità cardiovascolare in individui adulti sottoposti a integrazione dietetica di vitamina D. Al contrario, quattro studi prospettici, che avevano reclutato persone inizialmente sane, non hanno mostrato alcuna differenza nell'incidenza di problemi cardiovascolari tra soggetti che arricchivano la propria alimentazione con supplementi di calcio e coloro che non lo facevano.

Annals of Internal Medicine 2010 152, 5, 315-323

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