Diabetes
Diseases

Author: Gianpiero Pescarmona
Date: 04/02/2008

Description

Oscillating glucose induces microRNA-185 and impairs an efficient antioxidant response in human endothelial cells, 2016

  • Background
    Intracellular antioxidant response to high glucose is mediated by Cu/Mn-superoxide dismutases (SOD-1/SOD-2), catalase (CAT) and glutathione peroxidases (GPx), particularly glutathione peroxidase-1 (GPx-1). Although oscillating glucose can induce a more deleterious effect than high glucose on endothelial cells, the mechanism by which oscillating glucose exerts its dangerous effects is incompletely understood; however, the involvement of oxidative damage has been generally accepted. In this study we sought to determine whether oscillating glucose differentially modulates antioxidant response, and to elucidate the potential regulatory mechanisms exerted by the microRNA-185 (miR-185).

Methods
Human endothelial cells were exposed for 1 week to constant and oscillating high glucose. SOD-1, SOD-2, CAT and GPx-1, as well as two markers of oxidative stress [8-hydroxy-2′-deoxyguanosine (8-OHdG) and the phosphorylated form of H2AX (γ-H2AX)] were measured at the end of the experiment. Intracellular miR-185 was measured and loss-of function assays were performed in HUVEC. Bioinformatic tool was used to predict the link between miR-185 on 3′UTR of GPx-1 gene. Luciferase assay was performed to confirm the binding on HUVEC.

Results
After exposure to constant high glucose SOD-1 and GPx-1 increased, while in oscillating glucose SOD-1 increased and GPx-1 did not. SOD-2 and CAT remained unchanged under both conditions. A critical involvement of oscillating glucose-induced miR-185 in the dysregulation of endogenous GPx-1 was found. Computational analyses predict GPx-1 as miR-185′s target. HUVEC cultures were used to confirm glucose’s causal role on the expression of miR-185, its target mRNA and protein and finally the activation of antioxidant response. In vitro luciferase assays confirmed computational predictions targeting of miR-185 on 3′-UTR of GPx-1 mRNA. Knockdown of miR-185, using anti-miR-185 inhibitor, was accompanied by a significant upregulation of GPx-1 in oscillating glucose. 8-OHdG and γ-H2AX increased more in oscillating glucose than in constant high glucose.

Possible role of alpha-cell insulin resistance in exaggerated glucagon responses to arginine in type 2 diabetes.

Patologia vascolare
Il diabete raddoppia il rischio di malattia vascolare
Il diabete conferisce un rischio aggiuntivo circa doppio per un ampio spettro di malattie vascolari, indipendentemente da altri fattori di rischio convenzionali. Nelle persone senza diabete, al contrario, la concentrazione glicemica a digiuno è modestamente e non linearmente associata con il rischio di malattie vascolari. È l'interpretazione che l'Emerging Risk Factor Collaboration (Erfc) dell'Università di Cambridge dà ai risultati di una metanalisi condotta su 102 studi prospettici, per un totale di 698.782 persone. Sono stati selezionati dati individuali relativi al diabete, alla glicemia a digiuno e ad altri fattori di rischio in persone senza malattia vascolare iniziale. Le hazard ratio (Hr) aggiustate del diabete sono state: 2,00 per malattia coronarica, 2,27 per ictus ischemico, 1,56 per ictus emorragico, 1,84 per ictus non classificato, 1,73 per l'aggregato di altre morti vascolari. Le Hr non sono cambiate in modo apprezzabile dopo ulteriore correzione per marker lipidici, infiammatori o renali. Le Hr per coronaropatia sono risultate più alte nelle donne rispetto agli uomini, tra i 40 e i 59 anni piuttosto che a 70 anni e oltre, e nelle malattie fatali rispetto a quelle non fatali. Con una prevalenza nella popolazione adulta pari al 10%, si è stimato che il diabete determini l'11% delle morti vascolari. La concentrazione glicemica a digiuno non è apparsa correlata in modo lineare al rischio vascolare; in particolare non sono emerse associazioni significative tra 3,90 mmolL e 5,59 mmol/L. A confronto con questo intervallo di valori, le Hr per malattia coronariche si sono attestate su: 1,07 per livelli inferiori a 3,90 mmol/L, 1,11 per valori compresi tra 5,60 e 6,09 mmol/L e 1,17 per livelli posti tra 6,10 e 6,99 mmol/L. Nelle persone senza storia di diabete, un'informazione sulla concentrazione glicemica a digiuno o su uno status glicemico ridotto a digiuno, quando aggiunta ai dati relativi a vari altri fattori di rischio convenzionali, non ha consentito di migliorare la predizione di malattie vascolari.

Lancet, 2010; 375(9733): 2215-22

La saliva potrebbe essere il punto di partenza per nuove strategie di cura del diabete. La possibilità è legata ad un enzima noto da tempo, l'amilasi, e al suo ruolo nella regolazione del tasso di glucosio nel sangue. I ricercatori dell'Istituto Monell di Philadelphia hanno scoperto la funzione fino ad oggi sconosciuta dell'enzima e il meccanismo che la lega all'insulina, in uno studio pubblicato su Journal of Nutrition.
Gli scienziati hanno studiato due gruppi di adulti in buona salute che avevano, rispettivamente, un tasso di amilasi nella saliva molto alto o basso, controllando la loro reazione all'ingestione di un amido, sostanza 'digerita' grazie all'enzima salivare. Si è scoperto così che i pazienti con maggiore tasso di amilasi avevano una glicemia più stabile e più bassa degli altri nelle due ore successive all'ingestione di prodotti a base di amido. Si è osservato, in pratica, una sorta di 'controllo'dell'amilasi sull'insulina - ormone che agisce nell'assorbimento del glucosio da parte delle cellule muscolari e grasse mentendo la glicemia ad un livello tale da non danneggiare l'organismo - nelle persone con un tasso elevato di enzima (condizione determinata geneticamente).
I risultati dello studio aprono prospettive interessanti nella ricerca anche se non possono avere un utilizzo immediato . E saranno necessari, avvertono i ricercatori, altri studi per confermare i dati. Ora, intanto, l'equipe americana lavorerà sull'identificazione più precisa del meccanismo che lega amilasi e insulina.

Glucose tolerance test + insulinemia

Glucose tolerance test + insulinemia

FIGURE 1.. Mean ± SE changes in plasma glucose and insulin during oral-glucose-tolerance tests (–––; n = 28) and protein challenge (—; n = 23). Differences between responses to the 2 treatments are expressed through treatment-by-time interaction effect. Overall, the interaction effect is highly significant (P < 0.001). Key timepoint P values are shown on the graph. All tests are based on the Wald test performed by using a linear mixed model applied to all available data.

Relation of nutrients and hormones in polycystic ovary syndrome, 2008

OGTT physiology

Caffeine ingestion elevates plasma insulin response in humans during an oral glucose tolerance test., 2001

Abstract
We tested the hypothesis that caffeine ingestion results in an exaggerated response in blood glucose and (or) insulin during an oral glucose tolerance test (OGTT). Young, fit adult males (n = 18) underwent 2 OGTT. The subjects ingested caffeine (5 mg/kg) or placebo (double blind) and 1 h later ingested 75 g of dextrose. There were no differences between the fasted levels of serum insulin, C peptide, blood glucose, or lactate and there were no differences within or between trials in these measures prior to the OGTT. Following the OGTT, all of these parameters increased (P < or = 0.05) for the duration of the OGTT. Caffeine ingestion resulted in an increase (P < or = 0.05) in serum fatty acids, glycerol, and plasma epinephrine prior to the OGTT. During the OGTT, these parameters decreased to match those of the placebo trial. In the caffeine trial the serum insulin and C peptide concentrations were significantly greater (P < or = 0.001) than for placebo for the last 90 min of the OGTT and the area under the curve (AUC) for both measures were 60 and 37% greater (P < or = 0.001), respectively. This prolonged, increased elevation in insulin did not result in a lower blood glucose level; in fact, the AUC for blood glucose was 24% greater (P = 0.20) in the caffeine treatment group. The data support our hypothesis that caffeine ingestion results in a greater increase in insulin concentration during an OGTT. This, together with a trend towards a greater rather than a more modest response in blood glucose, suggests that caffeine ingestion may have resulted in insulin resistance.

ADNKronos Salute27 Gen 2016302 Visualizzazioni
3 Stelle
Ropma, 27 gen. (AdnKronos Salute) - Abbattere gli sprechi in campo diagnostico e terapeutico nella lotta al diabete può far risparmiare ogni anno oltre 50 mln di euro alla sanità pubblica. E' l'obiettivo della Società italiana di diabetologia (Sid) che ha redatto un 'position statement' sull’appropriatezza nella prescrizione alle persone con diabete di oltre 20 parametri di laboratorio che risultano essere stati prescritti troppo spesso nel 2014.

L’assistenza medica ai circa 4 milioni di italiani con diabete - ricorda la Sid - costa al Ssn circa 16 mld di euro, pari a quasi il 15% del Fondo sanitario nazionale. Gli esperti hanno evidenziato una ventina di parametri di laboratorio che vengono spesso prescritti senza forti evidenze di una loro reale utilità clinica, se non in casi particolari.

Il 'Position statement' si propone dunque di offrire raccomandazioni basate sull'evidenza ai diabetologi, agli altri specialisti e ai medici di medicina generale. Queste raccomandazioni si riferiscono alle sole persone con diabete. "La Sid ritiene - sottolinea il presidente Enzo Bonora - che se tutte le società scientifiche facessero altrettanto per le aree cliniche di loro competenza si potrebbe avviare un percorso virtuoso in grado di determinare risparmi ben superiori ai 100 mln di euro annui ipotizzati dal ministero della Salute".

I 16 mld di euro che si spendono per l'assistenza e la cura delle persone diabetiche sono così distribuiti: 1% per visite specialistiche diabetologiche, 1% per esami di laboratorio di routine come l’emoglobina glicata, 4% per farmaci anti-diabete orali e iniettivi, 4% per dispositivi (siringhe, aghi, lancette e strisce reattive). A fronte del 10% circa della spesa totale attribuibile alla gestione ordinaria della malattia, ben il 90% è da riferire a ricoveri ordinari e day hospital (il 68% circa), altri farmaci (14%), consulenza specialistiche extra-diabetologiche, esami strumentali, esami di laboratorio diversi da quelli utilizzati per il monitoraggio ordinario della malattia ma spesso prescritti ai diabetici, procedure terapeutiche ambulatoriali (8%).

Le raccomandazioni della Sid non riguardano i parametri di laboratorio standard utilizzati nel monitoraggio del diabete e neppure l’automonitoraggio glicemico domiciliare, ma un’altra ventina di parametri di laboratorio: ognuno ha una sua utilità all’interno di condizioni situazioni cliniche particolari, ma è di limitata o nulla utilità nella grande maggioranza delle circostanze in cui viene prescritto, rileva la Sid.

Ecco dunque la lista degli esami di laboratorio ad elevato rischio di inappropriatezza:

  • acido urico, apolipoproteine A e B, autoanticorpi anti-GAD, calcio, C-peptide, Creatinchinasi (CK), enzimi epatici (ALT, AST, GGT), esame chimico delle urine, emocromocitometrico, fibrinogeno, fruttosamina, insulinemia, lipoproteina, omocisteina, potassio, protidogramma (elettroforesi proteica del siero), proteina C reattiva (hs-PCR), sodiemia, Tsh (ormone tireotropo), urea (azotemia), urinocoltura e vitamina D.
Comments
2014-03-16T18:29:49 - Gianpiero Pescarmona

Diabetes treatments and cancer risk: the importance of considering aspects of drug exposure. 2013

Investigations of the association between diabetes, diabetes treatments, and cancer risk have raised several epidemiological challenges. In particular, a patient's exposure to glucose-lowering drugs needs to be represented accurately to allow unbiased assessment of the link between the treatments and cancer risk. Many studies have used a simple binary contrast (exposure to a specific drug vs no exposure), which has potentially serious drawbacks. In addition, methods used to determine the duration and cumulative dose of drug exposure differ widely between studies. In this Review, we discuss representation of drug exposure in pharmacoepidemiological investigations of the connection between diabetes drugs and cancer risk. We identify principles that might improve future research (particularly in observational studies), and consider issues related to reverse causation and detection bias.

2014-03-16T18:26:54 - Gianpiero Pescarmona

segui quotidianosanita.it

stampa
Il diabete accelera fino a 4 volte la mortalità per tumore
Uno studio osservazionale danese, pubblicato su Diabetologia*, dimostra un aumento notevole della mortalità per tumore nei soggetti diabetici in trattamento con insulina, rispetto alle persone non diabetiche. Colpa delle tante comorbilità legate al diabete e ai trattamenti oncologici meno aggressivi.

14 MAR - Il diabete rappresenta un ostacolo in più verso la guarigione da un tumore. E sono le persone in trattamento con insulina, quelle a maggior rischio di mortalità di tumore e in tempi più rapidi rispetto ai soggetti non diabetici. Sono le conclusioni alle quali giunge uno studio osservazionale danese pubblicato su Diabetologia, l’organo ufficiale dell’EASD (European Association for the Study of Diabetes). Visti questi risultati dunque, secondo gli autori dello Steno Diabetes Center (Gentofte, Danimarca) e dell’Università di Copenhagen, i pazienti oncologici con diabete dovrebbero essere considerati come un gruppo a particolare rischio, sul quale concentrare tutti gli sforzi possibili per ridurre la mortalità da tumore.

Il filone di ricerca sui rapporti tra diabete e cancro parte da lontano e continua ad arricchirsi di nuovi studi; meno esplorati rimangono invece i rapporti tra le varie terapie anti-diabetiche e il cancro, compresi i rapporti tra la durata del diabete e la mortalità per tumore, rispetto alla popolazione generale. Questo studio danese ha appunto esplorato i rapporti tra la mortalità per tumore e la preesistenza di una diagnosi di diabete, rispetto alla popolazione non diabetica; per farlo, i ricercatori si sono avvalsi di un registro danese, contenenti i dati di tutti i pazienti ai quali era stato diagnosticato un tumore in Danimarca dal 1995 al 2009. I pazienti sono stati divisi in quattro gruppi in base alla presenza o meno di diabete, al momento della diagnosi di tumore: assenza di diabete, presenza di diabete non trattato farmacologicamente, diabete in terapia con ipoglicemizzanti orali, diabete in trattamento insulinico.

I risultati indicano che le persone con diabete, diagnosticato da almeno due anni prima del riscontro del tumore e in trattamento con insulina, presentano una mortalità ad un anno quattro volte superiore rispetto ai soggetti non diabetici (3,7 volte per gli uomini, 4,4 volte in più per le donne); a 5 anni, il rischio di mortalità in questa categoria di persone con diabete è cinque volte superiore a quello dei pazienti oncologici non diabetici. Molto più contenute queste differenze nelle altre categorie. Così per le persone con diabete in trattamento con ipoglicemizzanti orali, la mortalità dopo una diagnosi di tumore è aumentata del 10% ad un anno e del 50% a 5 anni, rispetto ai soggetti non diabetici. Infine per i soggetti diabetici non in trattamento farmacologico, il rischio di mortalità per tumore è risultato sostanzialmente sovrapponibile a quello della popolazione generale. I pazienti in trattamento con insulina, presentavano un significativo aumento di mortalità per il tumore del colon-retto, della mammella, dell’ovaio, della cervice e del corpo dell’utero, della vescica, dei polmoni e della prostata.

Secondo gli autori dello studio, non sarebbe tanto la durata del diabete al momento della diagnosi di tumore a influenzare la mortalità, quanto il trattamento anti-diabetico in corso. Questo sarebbe dovuto al fatto che i soggetti diabetici in trattamento con insulina presentano spesso altre condizioni comorbili correlate al diabete, quali cardiopatia ischemica, neuropatia, insufficienza renale cronica, che possono avere ricadute importanti sulla scelta del trattamento oncologico. I soggetti diabetici inoltre, secondo quanto emerso da altri studi, tendono ad essere trattati in maniera meno aggressiva sul versante oncologico, rispetto ad altri pazienti e presentano una più elevata mortalità operatoria; nei soggetti con diabete inoltre il tumore viene spesso diagnosticato ad uno stadio più avanzato, perché la loro condizione tende a mascherarne i sintomi.

Le persone con diabete, affette da un tumore rappresentano dunque, secondo i ricercatori danesi, un gruppo a rischio particolare, che va trattato in maniera ottimale su tutti e due fronti, per ridurre la mortalità da tumore. Obiettivo raggiungibile solo attraverso una stretta collaborazione tra diabetologo e oncologo.

Maria Rita Montebelli

Mortality after cancer among patients with diabetes mellitus: effect of diabetes duration and treatment, 2014

- Kristina Ranc & Marit E. Jørgensen & Søren Friis & Bendix Carstensen; Diabetologia, DOI 10.1007/s00125-014-3186-z

AddThis Social Bookmark Button